Comune di Mirabello Monferrato

Medioevo e feudi


Dipendenza nel Medioevo

Nel quadro della distrettuazione carolingia, Mirabello fece parte del comitato di Lomello. Nel 1069, l’imperatore Enrico IV donò il luogo al vescovo di Vercelli, confermando la donazione in un successivo privilegio del 1083 (Settia 1983, p. 72 n. 78). Nel corso del XII secolo, Mirabello fu acquisita al dominio dei marchesi di Monferrato (Casalis 1842, pp. 397-398).
Tra i secoli XII e XIII, è documentata nel territorio un’importante presenza patrimoniale corroborata da poteri giurisdizionali del capitolo canonicale di Sant’Evasio di Casale (Ripanti 1970, pp. 110, 119 e 138-141).

Feudo

Estinto il lignaggio dei signori identificati semplicemente dal predicato «di Mirabello», il luogo fu infeudato nel 1421 dal marchese Gian Giacomo Paleologo ad Antonio Della Valle, di Lu.
Sono inoltre attestati altri lignaggi signorili che giunsero a possedere quote di giurisdizione. Alla fine del secolo XV, tra i consignori di Mirabello figurano i Gambera e, dagli anni Sessanta del Seicento, i Solaro (Cancian 1983, p. 737; Guasco 1911, pp. 485-486; Sergi 1986, p. 401). Agli inizi del secolo XVII, i feudatari Della Valle e Gambera costituivano due ramificati consortili familiari; i diversi esponenti del primo cumulavano ventotto mesi di giurisdizione sull’arco di quattro anni, mentre ai Gambera spettavano i restanti venti mesi (Giorcelli 1904-1905, pp. 88-89).

Nel momento del passaggio del Ducato del Monferrato ai Savoia, i signori di Mirabello richiesti di prestare il giuramento di fedeltà al nuovo sovrano erano il marchese Francesco Mossi di Casale, Agnello Maffeo, gentiluomo casalese residente presso la corte di Mantova, il marchese Antonio Maria Della Valle e il conte Fabrizio Gambera. Risulta che i primi due tenevano il feudo con titolo marchionale e i secondi con titolo comitale. Verso la metà del XVIII secolo, i feudatari nominati in una relazione dell’intendente provinciale sono il marchese Alfonso Della Valle, che possedeva sette mesi all’anno di giurisdizione, e Fabrizio Gambera, che ne possedeva cinque, entrambi residenti in Casale.
Residuava inoltre una quota minore (un mese ogni quattro anni) pervenuta per devoluzione alla Camera ducale. Nel 1773, ottenne un’investitura il diplomatico Carlo Ignazio Montagnini (Guasco 1911, p. 486). Per quanto riguarda Baldesco, le prime notizie di infeudazioni risalgono al secolo XV. Si tratta di notizie alquanto confuse, ma sembra certo verso la metà del secolo che tra i signori investiti di quote di giurisdizione e di beni del «tenimento» dai marchesi di Monferrato figurassero la famiglia locale dei Roccia e gli astigiani Asinari.

A questi ultimi subentrarono i Natta nel 1451. Durante i due secoli successivi i Natta acquisirono progressivamente diritti e proprietà dei Roccia e, agli inizi del Settecento, il feudo era quasi pressoché interamente nelle loro mani e in esse rimase fino all’abolizione della feudalità in Piemonte nel 1797. Gli interventi dei signori di Baldesco tesi alla razionalizzazione produttiva del loro feudo non mancarono di ingenerare presto notevoli tensioni con la comunità e gli uomini di Mirabello. Fra il 1690 e il 1720, infatti, la comunità si trovò impegnata di fronte al senato di Casale in un contenzioso dai molteplici aspetti con il feudatario di Baldesco, allora il marchese Virginio Natta, attivo promotore delle migliorie.
Un primo punto riguardava l’uso delle acque che da Mirabello scorrevano attraverso il territorio di Baldesco. Un secondo punto aveva per oggetto la libertà di transito attraverso i prati della contrada Bocca di Preiso, situata in parte entro i confini del feudo, rivendicata dalla comunità a favore dei suoi abitanti e dei loro bestiami. Un terzo motivo di conflitto verteva attorno alla natura di circa 18 lire di registro di terre di Baldesco, che la stessa comunità considerava come beni allodiali da iscrivere al suo catasto. Queste frizioni diedero anche luogo a episodi violenti e ai loro strascichi di giustizia criminale.

L’episodio più grave si verificò nei primi anni del Settecento, quando il notaio criminale del feudo che stava conducendo un’inchiesta, su delega del senato, su danneggiamenti ai «bocchetti» fu fatto oggetto di un agguato da parte di un gruppo di armati, i quali lo malmenarono e gli sottrassero gli incartamenti processuali.